Secondo i dati Istat, la disoccupazione giovanile continua a dare segnali allarmanti, confermando l’anno che sta per finire come uno dei peggiori per l’economia italiana. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha toccato ad ottobre 2012 il livello record del 36,5%, in aumento dello 0,6% rispetto a settembre e addirittura di quasi il 6% rispetto al settembre dello scorso anno.

Il dato della disoccupazione generale è altrettanto allarmante: 11,1%, mentre il numero degli occupati totali è di 22 milioni 930 mila, una cifra pressoché identica rispetto al settembre 2011, ma in diminuzione di 45mila unità rispetto all’anno scorso. A questo quadro preoccupante va ad aggiungersi quello dei part-time involontari, ovvero di tutte le persone che lavorano part-time non per scelta propria ma perché non trovano altro. Più della metà dei part-time è di questa natura, per cui parliamo di una cifra piuttosto significativa.

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Tornando alla disoccupazione giovanile, la situazione impone una riflessione sulle strategie da adottare. Come ha notato la sociologa Chiara Saraceno, non è affatto vero che i giovani con livelli di istruzione più bassi e con preparazione tecnica trovino lavoro con più facilità: i dati dimostrano che le difficoltà a trovare lavoro riguardano indistintamente tutti i giovani. Questo significa che i giovani laureati possono tirare un respiro di sollievo e non considerare inutile il proprio percorso di studio. Al tempo stesso, però, significa che devono rimboccarsi le maniche perché, una volta usciti dall’università, verranno catapultati in un mercato del lavoro che assomiglia sempre più ad un imbuto in cui molti provano e solo pochi riescono ad entrare.

Cosa può fare un giovane neolaureato per ovviare a questa situazione?

Di sicuro il fattore età continua a rivestire una grandissima importanza: tentare di laurearsi in corso, non perdere anni preziosi per presentarsi sul mercato del lavoro quando si è ancora considerati forza “giovane”. Purtroppo, il mercato del lavoro italiano vive una fortissima contraddizione: blocca i giovani all’entrata, ritardandone l’ingresso, ma al tempo stesso considera già troppo vecchi i ragazzi che hanno superato la soglia dei 26 anni. Ad appesantire questa situazione vi è anche la vigente normativa contrattuale, che fissa dei limiti d’età per il contratto d’apprendistato (sotto i 30) e non propone altre forme di sgravo fiscale per le aziende che assumono neolaureati (con l’eccezione degli stage, una forma legalizzata di sfruttamento).

Un’altra mossa abile per lanciarsi con successo nel mondo del lavoro è quella di consolidare una specifica competenza, o, come dicono gli esperti, “verticalizzare” il proprio curriculum. L’università italiana ha il grande difetto di non fornire insegnamenti di tipo pratico. Gran parte delle materie viene trattata con un taglio teorico che ha poca utilità nel mondo del lavoro, e questo vale sia per le facoltà umanistiche che per quelle scientifiche. Di conseguenza, un neolaureato spesso non ha nemmeno idea del lavoro che potrebbe svolgere. In passato, questo poteva essere anche un vantaggio: l’incertezza del futuro apriva l’orizzonte delle infinite possibilità, e ciascuno poteva sognare di diventare qualcosa di nuovo e diverso. Oggi bisogna scendere a patti con una realtà più dura, e non avere le idee chiare equivale a perdere del tempo prezioso e ad apparire come una “risorsa” priva di valore. Suona brutale, ma è così che la pensano le aziende.

Se l’università non insegna a “saper fare”, occorre allora trovare delle alternative: corsi professionalizzanti, tirocini pre-laurea, esperienze lavorative fin dalla giovane età, formazione specialistica. Un grande ruolo, da questo punto di vista, ce l’hanno i master: ben visti dalle aziende, sono in grado di formare in pochi mesi dei professionisti di settore pronti ad iniziare subito a lavorare. Anche nel campo dei master e della formazione, però, bisogna distinguere i prodotti di qualità dagli specchietti per le allodole. Un master valido deve mettere gli allievi in contatto con una rete di professionisti, deve avere un forte taglio pratico (esercitazioni, role playing etc.), deve mettere a disposizione dei partecipanti un Placement Office.

I neolaureati devono scegliere un master che li inserisca in un settore lavorativo non in crisi, o quantomeno non ancora saturo. L’esempio classico è quello dei laureati in Materie Umanistiche: inutile spendere soldi con un master in Conservazione dei Beni Culturali se il settore – che si muove in gran parte con concorsi e finanziamenti pubblici – è completamente fermo. Meglio allora cambiare percorso e provare strade alternative, ad esempio quella delle Human Resources, scegliendo un Master Risorse Umane o un Master Direzione del personale. Anche i laureati che hanno una laurea “forte”, però, devono riuscire a rendersi realmente “appetibili” sul mercato del lavoro, perché concorrono con migliaia di altri laureati come loro. Ecco allora l’utilità dei Master Economia aziendale o di quelli in Direzione d’impresa, in Gestione d’impresa, in Management aziendale.

Infine, un neolaureato brillante che voglia realmente emergere nel mondo del lavoro può sviluppare una forte competenza linguistica in idiomi richiesti come l’inglese o il cinese. Da questo punto di vista, l’Italia è fortemente in ritardo e non riesce a formare dei giovani poliglotti attraverso la scuola. Abbinare ad una laurea “forte” una solida competenza linguistica significa avere il valore aggiunto che non tutti possiedono. Se però si è in possesso di una laurea “debole” (in materie umanistiche), la competenza linguistica non è sufficiente, da sola, a garantire l’inserimento nel mondo del lavoro. In quei casi è preferibile “verticalizzare” il proprio curriculum con un buon master o corso di specializzazione ed aggiungere la lingua come competenza extra.


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