Era il 21 aprile del 2001 e aveva inizio il flop dei braccialetti elettronici prodotti dalla Elmotech e voluti dall’allora titolare del Viminale, Enzo Bianco, per dare una risposta al sovraffollamento delle carceri. Uno scherzo che, ad oggi, è costato a noi italiani oltre 110 milioni di euro.



Fu ai primi di aprile del 2001 che Bianco, ministro dell’Interno del governo presieduto da Giuliano Amato, inaugurò trionfalmente il braccialetto elettronico per il controllo a distanza dei detenuti. L’oggetto di plastica anallergica era un vero e proprio concentrato di tecnologia: in soli 45 grammi di fili e batteria il braccialetto permetteva il controllo dei carcerati che decidevano di scontare la propria pena ai domiciliari. Uno strumento che, a detta di molti, avrebbe potuto essere impiegato anche per altre molteplici situazioni. Un esempio? Indossato da uno stalker potrebbe segnalare il suo avvicinamento alla donna vittima delle sue attenzioni sia alla polizia sia alla donna stessa. Eppure i braccialetti sono rimasti a marcire in uno scantinato.

Nel 2001 il governo Amato aveva stipulato un contratto con ciunque aziemde fornitrici che avrebbero messo a disposizione dei giudici i braccialetti. Il progetto sarebbe partito in cinque città diverse. Dopo la fuga di Albirena, fu la volta di Antonino De Luca, ricoverato all’ospedale Sacco di Milano. De Luca, un killer che aveva ricevuto l’ergastolo, riuscì ad evadere. Destino diverso per Mario Marino, che aveva optato per il braccialetto elettronico per scontare a Catania la pena per rapina. “Suonava ogni cinque minuti – spiegò a suo tempo Marino – alla fine ho rotto tutto”. Insomma, meglio il carcere: in cella Marino poteva dormire tranquillamente. I primi esperimenti, dunque, furono un flop clamoroso. Nel novembre del 2003 il nuovo ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, firmò un nuovo contratto con Telecom come gestore unico. Fu un affidamento diretto senza gara. Oltre a garantire l’installazione del “Personalidentification device”, l’azienda avrebbe dovuto assicurare l’assistenza tecnica. Il costo? Undici milioni di euro all’anno.

Il contratto con Telecom è valido ancora oggi. Scadrà a fine anno. Per una spesa complessiva di quasi cento milioni di euro che vanno a sommarsi all’acquisto e ai costi iniziali. Ai tempi del peruviano Albirena il braccialetto elettronico costava, infatti, 60mila lire al giorno. “Il Viminale ci chiese di riorganizzare la sperimentazione, sempre con 400 braccialetti, ma allargandola a tutto il territorio nazionale – spiegò Gianfilippo D’Agostino, direttore del public sector di Telecom, davanti alla commissione Giustizia di Montecitorio l’11 maggio 2010 – la Telecom dispose un servizio attivo ventiquattr’ore al giorno, con una grande centrale di controllo installato a Oriolo Romano, ben protetta e collegata con tutte le questure d’Italia. L’allarme avrebbe suonato al più tardi dopo novanta secondi dalla fuga o dalla manomissione degli apparecchi”. Dal 2003 a oggi, garantisce l’azienda, non è mai stato rilevato alcun problema oprativo. Dove l’intoppo, allora? Innanzitutto nella magistratura. “Lo scarso utilizzo del braccialetto non dipende da noi – ha spiegato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, sentito da Panorama – è la magistratura che ne dispone l’ultilizzo. Al Viminale dobbiamo controllare che chi è agli arresti domiciliari non scappi; ma è solo un giudice che decide se utilizzare o meno tali strumenti”. Avrebbe potuto farlo, ma non lo ha mai fatto. Un vero e proprio paradosso.

Nonostante il successo in Inghilterra, Spagna e Francia, l’esperimento del braccialetto elettronico sembra non riuscire in Italia, nonostante i dieci anni di sperimentazione. Entri fine anno, tuttavia, lo Stato dovrà decidere se andare avanti su questa strada oppure chiudere il capitolo e, quindi, non rinnovare il contratto. Al di là delle cifre folli già spese, ad oggi il braccialetto elettronico risulta essere l’unica strada perseguibile per contenere il sovraffollamento delle carceri.

Nel 2001 quando Bianco decise di comprare i braccialetti dalla Elmotech, infatti, le prigioni italiene ospitavano oltre 67mila detenuti in celle che, invece, avrebbero dovuto contenerne non più di 44mila. Oggi la situazione non è certo migliorata….

Senza parole…

Fonte | Il Giornale


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