Si parla molto di allevamenti “intensivi”, anche se nessuno è ancora stato in grado di darne una definizione precisa, condivisa o corretta. Cerchiamo di chiarire: “allevamento intensivo” è un termine generico che normalmente viene utilizzato per definire una modalità di allevamento caratterizzata dalla gestione degli animali in ambienti circoscritti, come ad esempio stalle chiuse o aperte, recinti, ecc.



Tale concezione ha lo scopo di consentire una migliore supervisione (“controllo”) dell’animale e adottare un regime alimentare specifico (bilanciato per ogni specie anche in relazione al momento fisiologico), che permette un ritmo di crescita equilibrato e un adeguato incremento ponderale giornaliero degli animali. Si tratta dunque di allevamenti in cui l’efficienza, la sicurezza e il benessere animale sono prioritari. Tanto che, invece che intensivi, sarebbe il caso di chiamarli allevamenti “protetti”.

Frequentemente salgono alla ribalta inchieste giornalistiche che fanno emergere preoccupanti situazioni riguardo le condizioni in cui vivono gli animali, i metodi con cui gli animali vengono macellati e altre tematiche che vedono comprensibilmente un certo coinvolgimento emotivo da parte delle spettatore. Anche perché ne vengono quasi sempre fuori quadri allarmanti di sofferenze fisiche e psicologiche a cui gli animali sono sottoposti, preoccupanti situazioni di inquinamento e altri allarmismi montati spesso ad arte per instillare nei consumatori dubbi e riserve sulla qualità delle carni e dei salumi.

Ma è vero che gli allevamenti sono messi così male? E’ giusto che un’inchiesta che mostra un singolo allevamento possa diffondere la convinzione che ognuno degli oltre 140mila allevamenti italiani sia un luogo in cui gli animali vengono maltrattati? Qual è veramente la situazione degli allevamenti italiani? E ancora, possiamo dire che in Italia gli allevamenti si distinguono da quelli in altre parti del mondo?

L’allevamento italiano avviene in stalla nella maggior parte dei casi, utilizza mangimi di qualità e si può definire sostenibile quando non solo bada al benessere degli animali che ospita, ma anche quando minimizza lo spreco di acqua e di energia. Molti allevamenti hanno provveduto all’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti delle stalle, o impianti a biogas per valorizzare quelli che sarebbero solo dei rifiuti (liquami e scarti delle lavorazioni).

In questi allevamenti gli spazi e le strutture sono adeguati e si rispettano i comportamenti specifici per ogni specie animale. Un allevamento sostenibile rispetta le razze autoctone e sottopone i suoi animali a rigidi controlli igienico-sanitari, per far sì che sulle nostre tavole arrivino prodotti sicuri e certificati.

Gli allevamenti virtuosi – al contrario di come una certa cultura di propaganda vuol far apparire – non sono eccezioni. Gli allevamenti dove le tecniche agronomiche di produzione di foraggio sostenibile sono rispettate e in cui si utilizzano le avanzate tecniche di zootecnia sono tanti e in crescita.

Si può fare allevamento facendo un uso prudente dei farmaci e degli antibiotici? Certamente sì, senza per questo eliminarli del tutto. Ricordiamo infatti che, negli allevamenti europei, i farmaci e gli antibiotici sono usati proprio per garantire il benessere degli animali. Inoltre, a differenza di quanto avviene in Nord America, non possono essere usati preventivamente, e devono garantire i cosiddetti “tempi di sospensione”, ossia il tempo che serve affinché l’animale smaltisca il farmaco eventualmente utilizzato senza lasciarne traccia nelle sue carni.

La sostenibilità degli allevamenti italiani ha significative ricadute positive sull’ambiente e sulla salute, oltre che sull’economia del nostro Paese. Tutti gli allevamenti in Italia sono infatti sottoposti a migliaia di controlli quotidiani eseguiti da veterinari pubblici sui locali, sui prodotti, sull’igiene del personale e sulla documentazione delle aziende. Tutte misure a tutela del consumatore, oltre che degli animali.


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